Mi sembra di assistere a un processo divergente. Da una parte un tasso di selezione molto basso nella scuola dell’obbligo. Dall’altra un tasso di selezione elevato sia nelle scuole superiori, sia nel professionale (dal 30 al 40 % nel primo anno).
Nonostante la flessibilità dei percorsi formativi (passerelle ecc.) si assiste a una rigidità dell’accesso a una professione. La valutazione delle competenze acquisite fuori dai percorsi canonici è prevista, ma spesso affidata a coloro che gestiscono i percorsi canonici. Spesso alle competenze professionali acquisite non viene loro attribuito il loro giusto peso. Un cuoco grigionese ottiene per due anni fila la menzione miglior cuoco in Columbia. Rientrato in patria, apre un ristorante, ottimo successo. Un giovane della regione vorrebbe fare l’apprendista. Impossibile, il pluridecorato cuoco non ha il certificato di fine tirocinio. Lo stesso vale per chi ha fatto lungi mesi di volontariato in colonie integrate o in attività con gli anziani. Se non sono avvenute in strutture certificate, con percorsi accreditati non possono essere considerati.
Una proposta semplice. Come esiste un dottorato Honoris causa propongo un titolo Laboris causa. Magari non un dottorato, trattandosi di lavoro bisogna essere modesti – mai dimenticare che il lavoro lo svolgevano gli schiavi – potrebbe bastare un BA o al massimo un MA. L’importante è che dia accesso alla professione in cui si è competente.
Dimenticavo. La commissione che attribuisce il titolo Laboris Causa deve essere composta da professionisti – cuochi, educatori, contadini – di spiccate e riconosciute competenze professionali.