Sfoghi

21 marzo 2022 I cervelli fuggono

Era già capitato con le braccia. Quelle dei ticinesi nel secolo scorso in Australia, in California. Più recentemente dal Sud Italia per la Svizzera E poi ci accorse che era più complicato Come disse Max Frisch “Cercavamo braccia e sono arrivati uomini”.

Non fuggono i cervelli, ma le persone. Il cervello è collegato con un cuore, con le mani. Isolare il cervello è sbagliato, legato a un modo superato di leggere le attività umane. Mestieri manuali e intellettuali. I secondi più nobili dei primi. Come se non fossero le mani del chirurgo che operano. O il cuore dell’artista che suscita emozioni.

Una concezione che non permette di capire la realtà odierna. Il lavoro del contadino è manuale? Forse prima di rispondere bisogna visitare una stalla moderna di montagna dove le mucche vengono munte da un robot in modo automatico, mentre il contadino guida con un telecomando un apparecchio che taglia il fieno sui pendii più ripidi. Poi la sera fa il bilancio della sostenibilità dei suoi processi di produzione. Il lavoro del medico è intellettuale? Magari quando il latino era la chiave della conoscenza, ora provate ad assistere a un esame clinico con strumenti sofisticati, guidati da tecnici specializzati. Poi certo c’è la sintesi, la comunicazione con il paziente, l’etica.

Mi pareva una premessa necessaria. Altrimenti si applicano criteri vecchi a problemi nuovi. Come un Sindacato docenti che si allarma dell’abbassamento “dell’asticella” perché, con opportuni complementi, le maturità professionali possono dare accesso alla formazione di insegnante. Come considerare la scuola media propedeutica al liceo e il liceo l’unico luogo per nutrire i cervelli, dimenticando la ricchezza degli altri contesti dove il cervello, le mani e il cuore trovano il loro sviluppo.

Allora nessun problema? I cervelli non fuggono? Certo le persone si spostano cercando le condizioni migliori per sviluppare le loro competenze tecniche, scientifiche, artigianali, artistiche. Devono partire da questo fazzoletto di terra per fare esperienze, acquisire nuove competenze, stabilire contatti. Intanto altre persone arrivano da noi e ci portano nuovi stimoli, nuove competenze.

Poi qualcuno torna e diventa Rettore dell’Università, o fonda una ditta artigianale o riprende l’azienda agricola del padre o diventa ricercatore in un istituto di biomedicina. Movimenti complicati perché difficile è trovare o creare le condizioni per poter valorizzare con successo, in una piccola realtà, le competenze acquisite.

Oggi in Ticino il bilancio finale sembra negativo, ma difficile da capire in tutti i suoi aspetti. Non ho soluzioni e non ho neanche i dati: non so quanti partono e quanti tornano e quando; quanti arrivano e restano; quanti vorrebbero venire e non possono. Movimenti complessi di persone, con mani, cuori e cervelli.

Vedere solo cervelli – e pensare solo agli accademici – potrebbe serbarci brutte sorprese. E’ già capitato

10 febbraio 2022 La pandemia burocratica colpisce ancora. Le leggi dovrebbero avere una data di scadenza

La direttrice del Politecnico federale di Zurigo, Sarah Springmann, ha ricevuto a inizio gennaio 2022 una onorificenza dalla Regina Elisabetta. E’ stata nomina “Dame of Commmander” , il secondo rango della Casa regnante inglese.

Il Dipartimento federale degli esteri ha prontamente reagito e citando un articolo di legge del 1848 il 9 gennaio le ha fatto notare che funzionari svizzeri non possono ricevere onorificenze estere.

 La professoressa Springmann, non solo ricercatrice di punta ma anche campionessa europea di triathlon, ha reagito con un Twitter in cui si chiede cosa le può capitare “Licenziamento, annullamento della pensione, prigione.. E se avessi ricevuto il premio Nobel?”.

Tranquilli, si tratta di una infezione benigna, come un raffreddore: a febbraio la signora Springmann, inglese, non è più Rettrice del Politecnico e diventa Direttrice di un importante istituto dell’Università di Oxford. Quindi da febbraio può accettare l’onorificenza straniera. La legalità è salva.

Forse le leggi dovrebbero avere una data di scadenza. Come gli yogurt.

O funzionari meno solerti.

14 ottobre 2021 Sono per la biodiversità

Non mi piacciono i prati inglesi, belli lustri di verde, senza un’ortica.

Le erbe sono diverse, ci sono le ortiche che pungono, il basilico che profuma, il grano che nutre.

Gli animali sono diversi, noiosi come le zanzare, simpatici come le galline, pericolosi come i cani rabbiosi.

Diversi sono i contesti in cui la natura si manifesta: la pioggia o l’alluvione, il solido terreno o il terremoto, la neve soffice o la valanga.

Questa diversità fondamentale non ha una base legale: in nessuna nazione, né in quelle dittatoriali né in quelle democratici, né nelle piccole comunità anarchiche. 

E’ inutile chiedersi se si è d’accordo o no. La diversità e l’imperfezione, lo squilibrio che ne consegue sono costitutive. Non si cambiano. Fanno parte della vita, che è diversa e imperfetta.

Questo non vuol dire che mi piace. D’altra parte quando qualche miliardo di anni fa è partito il processo con il big bang nessuno mi ha chiesto il parere. Pare non sia neanche stato deciso a maggioranza. E non c’era base legale. 

Non mi piacciono le zanzare, l’afa estiva, le persone noiose, ma ho capito che devi imparare a convivere, senza sperare di eliminarle. Appena avete eliminato una persona noiosa, un’altra occupa il suo posto. È come l’anziano del villaggio, o l’ultimo della classe o della corsa.

La diversità si manifesta anche nella sensibilità verso certe espressione della vita collettiva.

Personalmente l’investimento di soldi pubblici e privati nello sport competitivo mi dà fastidio.

Pesticidi generosamente utilizzati per avere terreni di calcio perfetti, energia per creare ghiaccio d’estate, forze di polizia per sedare scontri tra tifoserie. Non episodi sporadici, ma previsti e prevedibili. Non per questo penso che bisogna intervenire con le ruspe per distruggere gli stadi. 

Anche certe forme che si vogliono culturali mi lasciano perplesso. L’uso di soldi pubblici per mettere in mostra, e magari restaurare, la scatola con la merda dell’artista mi sembra un abuso. Accetto la diversità, ognuno si identifica con il suo prodotto – la merda in questo caso -  ed è umano volerlo rendere eterno. Mi piace molto il teatro, non tutto, meglio spesso quello di una piccola compagnia, magari in strada o in uno scantinato.

Sono convinto che per vivere bene ci vuole una comunità. Per qualcuno la parrocchia, per altri il club sportivo, il gruppo teatrale, il centro sociale autogestito, la banda musicale.

Come un prato biodiverso dove tante erbe diverse crescono, fioriscono e attirano le farfalle. Dove c’è posto anche per le ortiche che non piacciono a tutti: pungono ma devono trovare il loro spazio.

E poi il risotto alle ortiche a me piace.

5 ottobre 2021 L’importanza delle parole

Ogni tanto mi siedo al bar a bere un caffè e leggere i giornali, se possibile: oggi tutti occupati da anziani diligenti, che li leggono da cima a fondo. Pazienza.

Il mio vicino ha cominciato a raccontare.

“Era capitato che durante una festa la vita di un vagabondo, uno di fuori, venisse messa seriamente in pericolo e il suo cane venisse ucciso. Tutti avevano sentito i colpi di pistola.

Le solerti autorità giudiziarie iniziarono subito le inchieste del caso. In poche settimane poterono concludere che i bossoli rinvenuti nella terra non avevano provocato inquinamento alcuno. La pistola era stata regolarmente segnalata alla competente autorità. Il possessore aveva un regolare porto d’armi, tempestivamente rinnovato alla scadenza. Dal punto di vista legale non era quindi constatabile nessuna violazione. Restava da chiarire se chi aveva sparato avesse infranto una legge. Non fu il caso perché si è potuto appurare che c’era stato un errore di comunicazione. Uno aveva detto “spera”, l’altro aveva capito “spara”. Una “comunicazione claudicante”, evidentemente un problema ortopedico e non penale.  Il caso si chiuse senza condanne. Poi…”

Nel frattempo si era liberato un giornale e mi ero precipitato a prenderlo.

Intanto pensavo all’importanza della precisione linguistica. Mi pareva di ricordare una situazione analoga, dalle nostre parti, dove si era detto “demolisci il tetto” e si era capito “demolisci tutto”.

Carenza nella formazione linguistica.

O un’altra dove alcuni avevano capito “dormite sereni”, invece di “con le sirene”.

Forse è colpa della scuola non abbastanza severa. Forse. 

Avevo trovato il giornale e incominciato a sfogliarlo, ma intanto come un chiodo fisso mi tornava la preoccupazione di come migliorare la precisione della comunicazione.

Se non si è precisi – a dire e a capire – ci possono essere conseguenze. Non penali, ma penose.


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